Fellini e dintorni: riflessioni sparse

Il blog cinefilo di un borghese marginale

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Nome: Francesco Di Benedetto
Studente Dams, con la passione per la scrittura. Amante in particolare di un autore dall'estro ipertrofico e caricaturale quale Federico Fellini e della ferocia nel grottesco della commedia all'italiana. Fra i miei film preferiti: "The Magnificent Ambersons" di Welles, "Mamma Roma" di Pasolini, "Signore & signori" di Germi, "Persona" di Bergman, "Roma" di Fellini, "Il Casanova di Federico Fellini", "Un borghese piccolo piccolo" di Monicelli, "La citta' delle donne" di Fellini, "Titanic" di Cameron, "Elephant" di Van Sant.

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domenica, 23 marzo 2008

La città delle donne di F. Fellini, 1980



Con La città delle donne Fellini pare ripensare il proprio percorso estetico-formale e il proprio universo poetico riconfigurandoli nel segno del fiaccamento della propria soggettività d’artista (maschile), della sterilità e della frustrazione del relativo procedimento creativo. Momento particolarmente intenso sul piano dell’autoriflessività, il film si pone in maniera dialettica, autolesionista e demistificatoria, con le opere precedenti dell’autore. Come protagonista troviamo un Mastroianni invecchiato, riconoscibile caricatura dell’immagine di se stesso in 8 ½, intento in un viaggio all’interno di un universo onirico dedicato ad un’alterità tanto pregnante all’interno della poetica felliniana, un’alterità in più occasioni presentata quale vitalistica risorsa di stupore e di turbamento e luogo privilegiato di manifestazione dell’ipertrofia della messa in scena felliniana: la donna appunto.
Già un’opera precedente,
Casanova, era stata dedicata dall’autore all’esibizione del proprio immaginario erotico. L’immagine che della donna lì emergeva, per quanto parossistica, eversiva, anomala e viscerale, per quanto opposta alla stasi emotiva della sessualità d’automa del protagonista, era un’immagine mentale, fantastica e menzognera, stante la relativa disinvoltura delle donne ritratte nel concedersi al più fatuo dei maschilisti; a confermare questa ipotesi è l’impianto rigorosamente e programmaticamente estetizzante dell’intera operazione, diretta quasi a compiacere le virtuali e fantasmagoriche voluttà figurative dell’autore.
La città delle donne
si lega all’universo estetico di Casanova, riprendendone la riflessione sulle estetizzanti pratiche di mistificazione inscritte all’interno dell’esperienza estetica promossa dall’autore. La donna si farà qui simbolo dell’alterità dalla soggettività felliniana, luogo simbolico dei tanti elementi della realtà fenomenica del mondo “violati” dall’operare estetico di un autore che ne usufruisca, in primo luogo, quale obiettivo di una ludica, ipertrofica e fantasmagorica trasfigurazione formale, votata alla seduzione e al turbamento dello spettatore (con conseguente emergenza, all’interno del percorso autoriale disegnato dall’opera felliniana, di un regime estetico del tutto chiuso a qualsiasi forma di rispetto dei tratti esteriori di questi stessi elementi fenomenici).
Sullo spunto narrativo di un impietoso bilancio esistenziale individuale, l’opera in questione proporrà una sorta di nemesi profonda dello sguardo felliniano, laddove alla consueta carica vagheggiante e sensualistica delle soluzioni di messa in scena si sostituirà, quale contrappasso, uno stato di logorante impotenza creativa nell’attività di riqualificazione formale del mondo e dell’esistente.
Stravolta rispetto a Casanova apparirà così l’immagine della donna; lungi dal costituire oggetto di sottomissione all’ineccepibile e solipsistico progetto formale dell’autore, diviene ora luogo del caos, elemento centrale di propagazione del caos all’interno della composizione; la donna si farà così soggettività ribelle e minacciosa, giudicante e inaccessibile, e l’esperienza sessuale del protagonista maschile sarà un’esperienza frustrata e persecutoria, marchiata sotto il segno del grottesco e della mediocrità. L’ingovernabilità dell’universo femminile presentato si rivela poi conforme all’inidoneità da parte del protagonista a comprendere e a dominare le improbabili situazioni narrative all’interno delle quali si ritroverà immerso; di qui l’enucleazione tematica della vecchiaia, del senso di stanchezza e di vacuità dell’esistenza, operanti sia a livello di contenuto diegetico e tonalità sentimentale del film, sia a livello di messa in scena; l’incapacità ad afferrare la realtà esterna si fa così impossibilità di trasfigurarla in senso estetizzante e l’autore opterà per soluzioni espressive manieristiche, depurate di un ordine compositivo che possa garantire un’estatica e tonica fruizione dell’opera da parte dello spettatore: caricatura, implosione e eccesso delle coordinate sensorie di riferimento assumono qui tratti tanto caotici e selvaggiamente ridondanti da sconfinare nello stucchevole, nel gratuito, nell’incolore; l’immaginario erotico presentato, specialmente nella sequenza memoriale dello scivolo, pare in tanta disgustante esplicitezza sciorinato senza freni inibitori; netto lo scarto rispetto a
Casanova: alla dimensione terrea, carnale, di pienezza e di densità di un inno talmente eversivo al desiderio e alla potenza dell’immaginario del maschio, si sostituiscono ora vuoto, spreco e sterilità di una proposizione espressiva tanto logorante.


Articolo già pubblicato (in una prima e più ridotta versione) sulla rivista web Effettonotteonline

postato da: frdb82 alle ore 22:01 | link | commenti
categorie: la città delle donne di fellini

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