INLAND EMPIRE di D. Lynch, 2006

Il film sviluppa un’esplicita riflessione sulle potenzialità che il linguaggio audiovisivo ha di generare incubi morbosi, malsani ed autolesionistici. L’operazione non agisce affatto su di un esclusivo piano meramente cerebrale, speculativo e distaccato ma, costituendo essa stessa una concreta e particolare incarnazione testuale del potenziale malsano di lesività ascrivibile all’odierno universo dell’audiovisivo, dà di fatto vita a un disagio direttamente ed epidermicamente avvertibile da parte dello stesso spettatore, evitando di presentare relativamente alle problematiche metalinguistiche sollevate, un qualsivoglia giudizio morale risolutivo.
Due atteggiamenti testuali, saldamente e operativamente legati fra di loro, mi paiono dunque centrali all’interno dell’economia del film: il metalinguaggio e una certa propensione per l’orrore. Il primo atteggiamento è certamente riconducibile ai rinvii narrativi al mondo dello spettacolo ed all’esplicita e sperimentale ricerca formale sulle potenzialità espressive del digitale, oltre che alla scelta di campo di adottare la detta tecnologia digitale coerentemente con un contemporaneo e contestuale universo antropologico sempre più legato anche nella fruizione dell’audiovisivo alla virtualità (una fruizione dunque sempre più caratterizzata dalla perdita di un contatto diretto con il referente della realtà); d’altra parte la propensione all’autoriflessività è data anche dalla complessa, straniante e inquietante architettura narrativa globale del testo e, in particolare, dalla frantumazione del principio di un’unica e non contraddittoria realtà immaginaria oggetto della diegesi, frantumazione ben sottolineata dal critico Canova nel video ascritto agli extra del dvd italiano edito da 01 Distribution, e nella fattispecie idonea ad originare differenti e contraddittori mondi paralleli in comunicazione fra di loro, e, conseguentemente, sdoppiamenti dell’identità diegetica individuale ricoperta dall’attrice protagonista e giunture, pure inammissibili secondo la tradizionale logica aristotelica, che mettano in comunicazione gli autonomi universi possibili della “realtà” e della “finzione” dello spettacolo cinematografico inscritti all’interno della diegesi del film.
Una rilevante cifra estetica riconducibile al film di Lynch è poi probabilmente data dal fatto che questo scollamento individuato fra il linguaggio audiovisivo e il referente della realtà oggettuale (rintracciato sia al livello di una costruzione narrativa che contraddica le leggi della logica aristotelica, sia a livello della scelta di una tecnologia di produzione dell’audiovisivo che riduca sensibilmente il rapporto diretto con “la realtà” del mondo), non si leghi con una messa in rilievo delle potenzialità fantasmagoriche e voluttuose di seduzione dello spettatore inscritte nel medium audiovisivo, ma viceversa si sposi con la crudezza e la freddezza di un orrore lesivo, coatto e brutale.
Dal canto suo, la propensione all’orrore si lega a questioni prettamente metalinguistiche portando ad esplicitazione in tutta la relativa evidenza la forza dirompente e perversa che può assumere il medium audiovisivo nel produrre shock emozionali all’interno della psiche degli spettatori; nel film in questione l’orrore si ricollega in parte ai classici topoi e al simbolismo di certo cinema horror riconducibili a tematiche riguardanti la sessualità femminile, ma al tempo stesso si emancipa da questi stessi topoi laddove non si ricollega primariamente al contingente pericolo narrativo di violazione del corpo di un personaggio ma, ad esempio, si concreta palpabilmente all’interno dell’inquadratura in evidenti e destabilizzanti formule iconico-figurative rinvianti direttamente alla nostra più recondita interiorità, quali stanze e interni claustrofobici, onirici e labirintici, per lo più svuotati e abbandonati, apparentemente irrorati da sole luci fredde ed elettriche, con conseguente e complessivo effetto tonale e scenografico di vistoso squallore e artificialità. Il dato che dunque suddetto orrore si allontani da istanze figurative particolarmente estetizzanti (parrebbe mancare nel film quella dimensione suadente, patinata e edulcorata dell’immaginario, che in Lynch fa spesso da contraltare ad atmosfere terrifiche e torbide) ed al contempo venga ad assumere i connotati metafisici ed evanescenti propri dell’esperienza onirica, pare anche un portato tutto attuale della proliferante e sempre più pervasiva diffusione della cultura iconica ed audiovisiva attraverso i più disparati media (Internet in prima battuta), con quanto di degradante impoverimento formale e di familiarità con il fantasmatico universo virtuale ciò comporta a livello rispettivamente dei testi stessi e dell’esperienza esistenziale dei relativi fruitori.
Articolo già pubblicato su Cinemaplus